Dopo aver lavorato a Disneyland Paris e poi a progetti internazionali che uniscono intrattenimento ed esperienza del cliente, François Pain dirige oggi il comprensorio sciistico del Grand-Bornand. Un percorso ibrido, a metà strada tra la gestione operativa e la narrazione, che mette in luce il suo modo di approcciarsi alla montagna: come un ecosistema da attivare, più che come un semplice territorio da sfruttare.
François Pain, può raccontarci qualcosa di lei e del suo percorso professionale?
Mi chiamo François Pain e, da due anni, ho la fortuna di dirigere il comprensorio sciistico del Grand-Bornand, sia nella parte dedicata allo sci nordico che in quella alpina. Il mio percorso è piuttosto atipico per questo settore, poiché non provengo dalla montagna. Sono originario di Parigi e le uniche «montagne» che conoscevo da giovane erano quelle di Montmartre. Ma sono da sempre un appassionato di sport e attività ricreative, ed è questo filo conduttore che ha guidato l’intero mio percorso.
Ho iniziato la mia carriera nel settore della formazione, presso una camera di commercio, dove mi occupavo in particolare dell’accompagnamento degli apprendisti. Ben presto sono entrato a far parte di un’azienda che ha profondamente plasmato il mio percorso: The Walt Disney Company, a Disneyland Paris, dove sono rimasto per diciassette anni. All’inizio ho ricoperto ruoli molto operativi (gestione dell’accoglienza, dei parcheggi, della biglietteria) prima di passare al settore degli eventi e poi al marketing delle partnership. Per quasi dieci anni ho lavorato con grandi marchi internazionali per valorizzare il marchio Disneyland. Questa esperienza è stata fondamentale, in particolare per quanto riguarda due aspetti che mi animano ancora oggi: la cultura del servizio clienti e l’importanza dello storytelling.
Ho una formazione in giurisprudenza, integrata da un percorso di studi in una scuola di economia con un master conseguito presso l’ESSEC, il che mi ha permesso di strutturare questo approccio sia operativo che strategico.
Dopo questi diciassette anni, ho voluto avvicinarmi maggiormente alla mia passione per lo sport. Sono quindi entrato a far parte della Federazione Francese di Sport Automobilistico in qualità di vicedirettore generale, dove per quattro anni ho coordinato le attività di marketing, lo sviluppo commerciale, le partnership, la comunicazione e gli eventi. È stato un periodo particolarmente ricco, soprattutto per quanto riguarda l’individuazione e l’accompagnamento dei talenti, con iniziative come il Rallye Jeunes o l’Auto Sport Academy. Ho avuto l’occasione di vedere emergere, agli esordi, profili come Sébastien Ogier, Pierre Gasly o Esteban Ocon.
Nel 2013 ho proseguito il mio percorso internazionale entrando a far parte del gruppo Emaar a Dubai in qualità di direttore dello sviluppo. Il mio compito era quello di creare valore nei centri commerciali integrando offerte di svago, intrattenimento e sport. L’obiettivo era chiaro: arricchire l’esperienza dei visitatori, prolungare la loro permanenza e, in definitiva, dare slancio all’intero ecosistema commerciale. Questa esperienza mi ha permesso di lavorare su progetti a livello del Golfo, in contesti altamente competitivi e in continua evoluzione.
Tornato in Francia nel 2017, ho messo questa esperienza al servizio del settore retail e immobiliare, affiancando le società immobiliari nella loro riflessione sulla trasformazione degli usi, in particolare attraverso l’integrazione di concept legati al tempo libero. Ho poi co-fondato e gestito, per diversi anni, progetti di intrattenimento nei centri commerciali, un’avventura imprenditoriale segnata in particolare dal periodo del Covid, che è stata estremamente formativa.
Più recentemente, mi sono dedicato a progetti volti a promuovere l’attrattività del territorio, affiancando gli enti locali nei loro progetti di sviluppo, in particolare nel settore dello sport e del tempo libero. È in questo contesto che mi è stato proposto di entrare a far parte del team di Le Grand-Bornand. Conoscevo già la località come frequentatore abituale, e l’incontro con questo territorio, con il team e con la sua visione è stato davvero significativo.

Sono entrato ufficialmente a far parte del comprensorio sciistico nell’autunno del 2024, con il desiderio di mettere al servizio di questa destinazione tutte le esperienze che ho accumulato in oltre trent’anni. Questa posizione rappresenta per me una sorta di coronamento: quello di poter riunire, in un unico luogo, tutte le dimensioni che hanno plasmato il mio percorso (il tempo libero, lo sport, l’esperienza del cliente, lo sviluppo e la visione strategica) al servizio di un territorio e del suo futuro.
François Pain, quali sono le sue passioni?
Le mie passioni sono piuttosto semplici e, in fin dei conti, molto in linea con il mio percorso. Ci sono ovviamente la montagna e lo sport, che oggi occupano un posto centrale nella mia vita, sia dal punto di vista professionale che personale.
Ho anche una vera passione per le automobili, che mi ha accompagnato in diversi momenti della mia carriera, in particolare quando ero impegnato nel mondo dell’automobilismo. È un settore che mi ha sempre affascinato, sia per la sua dimensione tecnica che per l’intensità umana che genera.
Ma in fondo, se c’è una passione che permea tutto ciò che faccio, è senza dubbio lo storytelling. Ho sempre sentito il bisogno di dare un senso alle cose, di raccontare una storia. Che si tratti di un progetto, un luogo, un oggetto o un’esperienza, mi piace capire il «perché» e il «come», e soprattutto trasmetterlo. È qualcosa che ho interiorizzato profondamente durante gli anni trascorsi presso The Walt Disney Company, e che oggi fa parte del mio DNA.
Quali sono le tue motivazioni? Perché ti alzi la mattina?
Mi alzo la mattina con una sorta di naturalezza e, soprattutto, con piacere. La prima cosa che faccio, molto semplicemente, è aprire le persiane e dire a me stesso che ho la fortuna di vivere in un ambiente assolutamente eccezionale. Già solo questo mi dà energia.
Ma al di là di questo contesto, ciò che mi motiva profondamente sono i progetti. Abbiamo un programma molto fitto, con moltissimi argomenti da affrontare, ed è proprio questa dinamica costante che mi stimola. Le giornate sono troppo brevi rispetto a tutto ciò che c’è da fare, ed è spesso questa la sensazione che provo la sera, quando mi dico che non ho ancora portato a termine tutto. Ma è anche questo che rende il lavoro appassionante.
La mia motivazione principale è quella di servire la comunità e il comprensorio sciistico, di dare un contributo utile e concreto. Ho sempre ritenuto che la legittimità di una carica non derivi né dal titolo né dalla funzione, ma da ciò che si offre agli altri. È una convinzione molto forte per me.

C’è anche un aspetto importante che riguarda i team. Cerco, nel mio piccolo, di aiutare le persone con cui lavoro a crescere, di trasmettere loro qualcosa. Mi chiedo spesso: alla fine della settimana, ho contribuito ad apportare loro del valore? È un punto di riferimento importante.
E poi, con il senno di poi, c’è un’altra motivazione fondamentale: provare piacere nel farlo. Ho sempre svolto lavori che mi appassionavano, e ancora oggi mi alzo con la voglia di ritrovare quel piacere in ciò che faccio, cercando, ogni giorno, di fare almeno altrettanto bene quanto il giorno prima.
Qual è la sua più grande soddisfazione?
La mia più grande soddisfazione, col senno di poi, è soprattutto il percorso che ho compiuto. Se ripenso al passato e mi rivedo a vent’anni, guardando l’uomo che sono diventato oggi, mi dico semplicemente: «che percorso». È una sensazione piuttosto forte, quasi una sorta di stupore, vedere come le cose si sono costruite, passo dopo passo.
Non ho mai pianificato la mia carriera in modo particolarmente preciso. Si sono presentate delle opportunità e sono riuscito a coglierle al momento giusto. In fin dei conti, la mia soddisfazione deriva anche da questo: aver saputo seguire un filo conduttore, ascoltare i miei desideri e costruire qualcosa di coerente, anche senza averlo pianificato del tutto.
Se c’è un momento chiave che ricordo, è il mio ingresso in The Walt Disney Company. È stata chiaramente un’esperienza fondamentale. E ricordo molto bene un aneddoto che, col senno di poi, ha cambiato tutto: una domenica sera ho ricevuto una telefonata da una reclutatrice. Avrei potuto non rispondere, rimandare… ma ho risposto, abbiamo parlato, e questo ha determinato tutto il mio percorso successivo. È tipicamente il tipo di dettaglio che, sul momento, sembra insignificante, ma che può orientare un’intera vita.
Questo mi ha insegnato due cose fondamentali. Innanzitutto, che non bisogna mai trascurare le opportunità, nemmeno quelle più inaspettate. In secondo luogo, che spesso tutto dipende dai dettagli. Gli incontri, gli scambi, le scelte che si compiono in un determinato momento hanno un impatto considerevole su ciò che verrà dopo.
Infine, al di là del percorso in sé, la mia soddisfazione deriva anche dai rapporti che ho instaurato. È un mondo piccolo, e ho avuto l’occasione di ritrovare, in diverse fasi della mia vita, persone con cui avevo lavorato in passato, a volte dall’altra parte del mondo. Questo conferma una cosa: è fondamentale costruire relazioni sane e durature, e andare sempre avanti con rispetto.

François Pain, qual è il suo più grande rimpianto?
Se dovessi parlare di rimpianti, inizierei quasi con una risposta per metà scherzosa: mi dispiace non essere nato in montagna. Mi sarebbe piaciuto scoprire lo sci da giovanissimo e, senza dubbio, diventare uno sciatore migliore di quanto non sia oggi.
Ma al di là di questo tocco di umorismo, forse c’è un rimpianto più personale. Col senno di poi, mi rendo conto che a volte mi sono lasciato un po’ «trascinare» dagli eventi. Ho svolto molte attività, esplorato mondi diversi, ma senza sempre strutturare o prevedere appieno le opportunità che mi si presentavano. Forse, se ne fossi stato consapevole prima, verso i 20 o i 25 anni, avrei potuto orientare alcune scelte in modo diverso.
Detto questo, non si tratta di un rimpianto in senso negativo. Perché, in fondo, se non avessi avuto questo percorso, questo modo di procedere, probabilmente non sarei dove sono oggi. Il mio percorso si è delineato in modo piuttosto naturale, ed è proprio questo che gli conferisce coerenza.
Se poteste esprimere tre desideri per la montagna, quali sarebbero?
Se dovessi esprimere tre desideri per la montagna, il primo sarebbe molto chiaro: lasciare che siano gli abitanti della montagna a occuparsene. Sono loro che vivono in questi territori, che li conoscono intimamente, che se ne prendono cura giorno dopo giorno. Penso che sia essenziale riconoscere questa legittimità ed evitare di imporre visioni esterne a volte scollegate dalle realtà locali.
Il secondo auspicio è che tutti gli attori del territorio montano (operatori, rappresentanti politici, professionisti) siano in grado di collaborare per elaborare soluzioni sostenibili. Ci troviamo tutti di fronte alle stesse sfide, in particolare quelle ambientali. L’obiettivo è riuscire a preservare le risorse mantenendo al contempo l’attrattiva della montagna. Ciò richiede una capacità collettiva di adattarsi, innovare e anticipare i cambiamenti, in particolare quelli climatici.

Infine, il mio terzo desiderio sarebbe quello di preservare questa capacità di creatività e apertura. La montagna ha ancora moltissimo da offrire, ben oltre la sola stagione invernale. Non bisogna chiudersi in vincoli o visioni troppo restrittive. Al contrario, bisogna continuare a immaginare e proporre nuovi modi di scoprire questi territori, sia d’estate che d’inverno, nel rispetto della loro identità. La sfida consiste nell’attrarre senza snaturare, nel far evolvere senza perdere l’essenza stessa di ciò che costituisce la ricchezza della montagna.
In fondo, questi tre auspici convergono su un unico concetto: accompagnare la transizione delle zone montane con intelligenza, responsabilità e fiducia in coloro che le animano.
François Pain, come vede il futuro?
Per quanto riguarda il futuro, lo vedo innanzitutto in termini piuttosto concreti, con scadenze imminenti e obiettivi chiari. Oggi ho la fortuna di trovarmi in un momento della mia vita in cui posso mettere a frutto tutto ciò che ho imparato, e la mia ambizione è semplice: continuare a dare un contributo utile.
Nel breve e medio termine, vi sono ovviamente sfide fondamentali, in particolare in vista del 2030 con i Giochi invernali. Per un territorio come Le Grand-Bornand, che è un punto di riferimento in discipline come il biathlon, ciò rappresenta un’importante opportunità, ma anche delle responsabilità. I temi della mobilità, dell’organizzazione, dell’accoglienza del pubblico o ancora della transizione verso modelli più sostenibili sono al centro di questa prospettiva. Se potrò, a mio livello, dare un contributo al successo di questi appuntamenti, sarà già molto.
Al di là di questi progetti, penso in termini di trasmissione del sapere. Ho maturato un’esperienza piuttosto ricca in ambiti diversi e credo che ci sia un vero valore nel condividere questa visione, nell’affiancare e nel fornire consulenza. Non mi vedo smettere da un giorno all’altro ogni attività. Potrei invece immaginare, a lungo termine, di passare a un ritmo diverso, con più incarichi di accompagnamento o consulenza.
































