La stagione sciistica viene ancora spesso valutata sulla base di alcuni indicatori ben definiti: l’innevamento, l’affluenza, le giornate-sciatore, il fatturato, il calendario delle vacanze o ancora le condizioni di fine stagione. Ma questo schema interpretativo mostra oggi i suoi limiti. Infatti, al di là di questi parametri classici, una realtà più profonda si impone progressivamente agli operatori: ogni inverno diventa più complesso da gestire rispetto al precedente.
In un’intervista concessa a I Love Ski, David Ponson, direttore della Divisione Montagna e Comprensori Sciistici della Compagnie des Alpes, lo afferma senza mezzi termini. Per lui, questa stagione è stata «ancora più difficile di prima», non perché sia stata negativa, ma perché ora concentra tutte le tensioni che la montagna deve affrontare: instabilità climatica, aspettative dei clienti sempre più elevate, intensificazione dei periodi di affluenza, stanchezza del personale, gestione del rischio e progressiva trasformazione dei modelli.
2025-2026, una stagione positiva, ma caratterizzata da forti tensioni
A prima vista, il bilancio rimane solido. La Compagnie des Alpes ha gestito i propri comprensori su un’area più ampia, in particolare con l’integrazione di Pralognan-la-Vanoise. Un’operazione che David Ponson definisce « una bella esperienza di acquisizione di un sito », dopo diversi anni senza nuove integrazioni di questo tipo.
In questa zona, tutto si è svolto in un lasso di tempo molto breve. È stato necessario comprendere rapidamente gli aspetti fondamentali di una località ancora poco conosciuta dal gruppo, mettendo al contempo in atto gli strumenti indispensabili per la sua gestione. «Siamo rimasti pienamente in linea con gli obiettivi che ci eravamo prefissati per questo primo anno», spiega.
La rapida implementazione dello strumento Open Resort, in appena un mese, ha rappresentato un importante traguardo operativo: “la sua implementazione ha permesso di creare rapidamente un solido quadro operativo. Questa reattività ha facilitato l’adozione del sito da parte dei team e ha contribuito a garantire il buon andamento delle prime settimane di attività”.

Ma al di là di questi risultati in linea con le aspettative, la realtà sul campo è più complessa. La stagione è iniziata con buone condizioni di innevamento, per poi registrare un lungo periodo senza precipitazioni e un netto innalzamento delle temperature fino al 10 gennaio. Successivamente la neve è tornata, a volte in modo improvviso, con episodi di maltempo di notevole entità.
Una montagna diventata imprevedibile, anche per gli esperti
L’evoluzione delle condizioni in quota rappresenta uno degli insegnamenti più significativi della stagione. Secondo David Ponson, i comprensori sciistici devono ora fare i conti con «più neve sopra i 2.500 metri, più brina, molto più vento», fenomeni che rendono i comprensori «meno leggibili» e «meno prevedibili» rispetto al passato.
Questa trasformazione mette in discussione decenni di conoscenze empiriche. Laddove un tempo l’esperienza consentiva di prevedere gli eventi, oggi deve essere integrata da una capacità di adattamento costante. «Il gradiente di temperatura tra la mattina e il pomeriggio varia talmente tanto che un settore può essere stabile alle 9… e non esserlo più affatto alle 15», spiega.
la montagna non è più un ambiente prevedibile, ma un sistema dinamico
In questo contesto, la competenza cambia natura. Non consiste più solo nel sapere, ma anche nel dubitare, nell’osservare e nel decidere rapidamente. Lo riconosce lo stesso David Ponson: a volte bisogna accettare di dire «non lo so più». Questa frase non denota una perdita di competenza, ma al contrario una nuova lucidità. In un contesto più instabile, la competenza non consiste più nell’affermare, ma nell’osservare, rivalutare, decidere rapidamente e talvolta abbandonare una pista nel corso della giornata.
Quando il rischio diventa una componente permanente dell’attività
Questa incertezza è stata particolarmente evidente durante le settimane di maggiore affluenza delle vacanze scolastiche. David Ponson parla di livelli di rischio valanghe pari a 4 su 5, o addirittura 5 su 5, con situazioni che hanno portato alcuni clienti a rimanere bloccati in località come Tignes. Per un comprensorio sciistico, questi momenti sono tra i più difficili: l’affluenza è al massimo, le aspettative dei clienti sono elevate e le squadre devono garantire la sicurezza in un contesto operativo estremamente teso.
Il dirigente sottolinea l’impegno delle squadre: «in quel momento, tutti sono in prima linea». La gestione del rischio non riguarda solo i clienti. Coinvolge anche i soccorritori, gli addetti agli impianti di risalita, i responsabili operativi e tutto il personale impegnato in condizioni difficili. L’incidente mortale avvenuto a Flaine ci ricorda brutalmente questa realtà. David Ponson lo collega a un periodo di forti turbolenze e maltempo. Non cerca di semplificare l’analisi, ma sottolinea un fattore decisivo: la stanchezza. «Quando c’è stanchezza, c’è sempre il rischio di un incidente», spiega.

Il fattore umano, la principale risorsa dei comprensori sciistici
Questo è senza dubbio uno degli insegnamenti più significativi emersi da questa intervista. Per David Ponso, il successo di un comprensorio sciistico non dipende più solo dalle infrastrutture o dall’innevamento. «La vera ricchezza delle nostre aziende non sono i nostri beni… ma l’impegno dei team e la loro passione.»
In un contesto più instabile, la capacità dei team di adattarsi diventa determinante. Ciò comporta un’evoluzione della gestione, ma anche una riflessione più ampia sul senso del lavoro, sulla responsabilità e sull’impegno. L’autore traccia inoltre un parallelo inaspettato con il mondo militare. Non per trasporre un modello, ma per trarre ispirazione da una cultura dell’impegno, del collettivo e della gestione del rischio.
2025-2026: una stagione più intensa, e quindi più faticosa
La crescente difficoltà non deriva solo dal clima. Deriva anche dalla trasformazione del calendario turistico. David Ponson individua un cambiamento significativo: l’ascesa del mese di gennaio, che raggiunge ormai un livello di occupazione simile a quello di febbraio. Ricorda che una quindicina di anni fa, gennaio era ancora considerato un mese di bassa stagione, che si cercava di riempire con i gruppi. Questa trasformazione può sembrare positiva dal punto di vista commerciale. Ma produce un effetto collaterale importante: la stagione si concentra. I periodi di “respiro” scompaiono. Tra il 20 dicembre e il 20 marzo, il personale non ha più davvero il tempo di riprendere fiato.
Questo aumento di intensità altera l’equilibrio umano del lavoro. I picchi di affluenza non sono più solo sporadici, ma si susseguono uno dopo l’altro. La stanchezza diventa cumulativa, sia fisica che psicologica. In un contesto già più instabile, questa compressione dei tempi accentua ulteriormente il livello di rischio.
Clienti sempre più esigenti
A questa complessità operativa si aggiunge un altro cambiamento: l’aumento delle aspettative dei clienti. David Ponson lo collega a una tendenza sociale globale. In un mondo digitalizzato, abituato all’immediatezza, l’attesa diventa sempre più difficile da accettare. Il cliente desidera un servizio fluido, rapido e coerente con il prezzo pagato.
Questo requisito non riguarda solo lo sci. Si applica all’alloggio, alla ristorazione, ai trasporti, ai servizi e all’intera esperienza turistica. Ma in montagna si scontra con una realtà specifica: il contesto stesso in cui si svolge l’esperienza è naturale, instabile e talvolta pericoloso.
È qui che si crea una tensione strutturale. I clienti si aspettano un’esperienza di alto livello, ma gli operatori devono fare i conti con una montagna che non si lascia gestire come un servizio urbano: «richiedere agilità e rapidità in un mondo in cui i rischi sono molti porta a situazioni critiche».

Nonostante queste crescenti difficoltà, non è il momento di cedere al fatalismo. Anzi, al contrario. David Ponson osserva un interesse immutato, se non addirittura rafforzato, per lo sci e, più in generale, per la montagna. Quando le condizioni sono favorevoli, i clienti rispondono all’appello. Ma la loro motivazione va ormai oltre la semplice pratica sportiva: vengono alla ricerca di un ambiente, di una boccata d’aria fresca, di una forma di ricongiungimento. La neve rimane essenziale, ma si inserisce in un’esperienza più globale, fatta di altitudine, aria pura, luce e distacco dalla routine quotidiana. In questo senso, la montagna ha «una carta vincente da giocare» per gli anni a venire. A condizione, tuttavia, di non ripetere gli schemi del passato.
Infatti, se oggi le stagioni sciistiche appaiono più difficili, è soprattutto perché si svolgono in un contesto diventato strutturalmente più complesso. Questa realtà impone un cambiamento di prospettiva. Il successo di una stagione non può più essere valutato esclusivamente attraverso gli indicatori tradizionali. Ora si misura anche in base alla capacità di un comprensorio sciistico di adattarsi costantemente, di garantire la sicurezza delle proprie operazioni, di preservare i propri equilibri umani e di mantenere la rotta in un contesto incerto.































