Ai piedi delle Prealpi lombarde, dove i laghi di origine glaciale disegnano un paesaggio che sembra sospeso tra la memoria rurale e l’immaginario alpino, nascono la storia e lo sguardo di Giorgio Martignoni. Il suo percorso non segue una logica lineare, ma è il risultato di un accumulo di esperienze profondamente radicate nella terra: dalla zootecnia alla produzione casearia, dal lavoro con gli allevatori alla scrittura di sceneggiature per la Disney. Un itinerario non convenzionale che, tuttavia, rivela una coerenza essenziale: la necessità di raccontare il mondo rurale dall’interno, con autenticità e sensibilità.

Stabilitosi negli Appennini piemontesi, lontano dai grandi centri urbani e mediatici, Martignoni ha costruito un universo creativo in cui la montagna non è una semplice cornice, ma un soggetto vivo. Autore, sceneggiatore, pedagogo e direttore del Voci dei Boschi Film Festival, il suo lavoro si colloca in un singolare punto d’incontro tra cultura popolare, narrazione contemporanea e impegno ambientale. In questo territorio ibrido nasce «Sembra Yeti», un personaggio che incarna molto più di una figura di fantasia: è la voce – al tempo stesso ingenua e profondamente lucida – di una natura che osserva l’essere umano con distacco, ironia e una certa tenerezza.

Lontano dai discorsi istituzionali o dalle narrazioni stereotipate sulla montagna, Giorgio Martignoni propone un altro modo di guardare: più intimo, più sensoriale e, soprattutto, più umano. Il suo approccio rompe con l’immaginario classico del turismo alpino per addentrarsi in una dimensione in cui l’umorismo, l’infanzia e la memoria collettiva diventano strumenti di trasmissione culturale. In un momento in cui l’industria della neve cerca di ridefinire la propria narrativa di fronte alle sfide climatiche e sociali, la sua voce emerge come particolarmente pertinente.

Questa intervista non è solo un viaggio attraverso la sua opera, ma un invito a ripensare il nostro rapporto con la montagna: non tanto come semplici fruitori del paesaggio, quanto piuttosto come parte integrante di un ecosistema emotivo, culturale e narrativo che ha ancora molto da raccontare.

Prima di iniziare l’intervista, Giorgio ci ricorda che il Voci dei Boschi Film Festival, un festival dedicato a film, cortometraggi e documentari su tematiche rurali e ambientali, giunto ormai alla sua sesta edizione, si terrà a Costa Vescovato (AL) dal 30 luglio al 2 agosto.

Come nasce il personaggio di “Sembra Yeti” e cosa rappresenta nella sua visione della montagna?

Durante un laboratorio di fumetto con i bambini di un “asilo nel bosco” alcuni di loro mi hanno sorpreso sostenendo che solo gli adulti non credono all’esistenza dello Yeti (a parte Reinhold Messner, naturalmente).
L’abominevole uomo delle nevi è un personaggio ricorrente nei fumetti e nei film d’animazione (Monster & Co., Hotel Transilvania, Il Piccolo Yeti) e nell’immaginario dei bambini non ha niente di abominevole, ma anzi è gentile, sensibile e pieno di stupore per ogni manifestazione della natura. Come gli animali selvatici è diffidente nei confronti degli esseri umani che spesso, in nome del progresso, combinano grandi pasticci. Chi non lo sarebbe?


Per me lo Yeti è la rappresentazione dell’homo selvaticus, un mito presente in tante culture popolari, l’archetipo dell’uomo primordiale che vive la natura come parte di sé, in maniera intima e totalizzante. Una parte del nostro essere è ancora così e dobbiamo fare di tutto per preservarla e ascoltarla. Io me la immagino come un piccolo Yeti che non vede l’ora di giocare con noi. Il mio Yeti si manifesta ogni volta che guardo un paesaggio innevato. É un tipo fantastico e quando posso seguo i suoi consigli (per correre nudo nella neve, però, non sono ancora pronto!), ha una visione della montagna e dell’ambiente così pura e così profonda che mi ha convinto a condividere le sue idee con gli altri..

Perchè ha scelto l’umorismo come strumento per affrontare tematiche ambientali e rurali?

L’umorismo è una chiave potentissima per superare barriere fatte di diffidenza e di differenze socio-culturali. É una forma di intelligenza narrativa rara, difficile da imparare e che va allenata quotidianamente coltivando la parte fanciullesca che c’è in noi e non prendendosi troppo sul serio.


Nel mio lavoro di autore ho la consapevolezza che il testo funziona quando riesco a strappare un sorriso al lettore, mentre a volte la ricercatezza del lessico o la sintassi troppo raffinata non colpiscono così nel profondo. Ho la fortuna di essere un tipo simpaticissimo e quindi mi viene abbastanza spontaneo usare questa forma di comunicazione anche quando affronto temi drammatici.

Quando si parla di ambiente e di tematiche rurali, per esempio, si cade spesso nel catastrofismo, ma questo rischia di allontanare il lettore o lo spettatore vanificando l’efficacia e lo scopo del messaggio.

Ma cosa può offrire l’umorismo che la comunicazione tradizionale sulla montagna non riesce a trasmettere?

La comunicazione tradizionale ma direi soprattutto quella istituzionale mi da l’impressione di essere fatta da vecchi (non necessariamente da un punto di vista anagrafico!) e di essere rivolta ad altri vecchi. É un linguaggio poco empatico. La simpatia, nel senso di provare emozioni insieme, è davvero rara e l’umorismo può essere uno strumento formidabile in tal senso.


“Svecchiare” il linguaggio evitando i luoghi comuni e i clichè è il primo passo; ma riconosco che è molto difficile. Io stesso ho cercato di smettere di usare frasi come “questo è un paesaggio da fiaba” o “l’aria frizzante delle vallate alpine”, ma ogni tanto ci ricado e devo ricorrere con urgenza all’aiuto dei miei figli (di 8 e 11 anni) che con molta pazienza cercano di recuperarmi!
Io credo che gli stereotipi vadano affrontati prendendoli in giro e uscendo dalle convenzioni. Il paesaggio sarà anche da fiaba ma io, se sono bravo, devo trascinarti dentro alla fiaba senza che tu te ne accorga. L’aria sarà anche frizzante ma se io sono bravo devo farti percepire i profumi del pascolo, la fragranza del larice e gioire dei sentori appena accennati di letame.

In che modo le esperienze vissute nei rifugi di montagna hanno influenzato il suo processo creativo?

Il rifugio di montagna è sempre stato per me una bellissima fonte di ispirazione. Penso che i rifugi siano il prototipo dei social network, dove si condivide, si fanno nuove amicizie e si approvano o si disapprovano i contenuti che ci propongono gli altri.
Tutte le vignette e le battute di “Sembra Yeti” nascono da serate conviviali con emeriti sconosciuti che si sono prodigati in lunghi e sorprendenti dibattiti filosofici. Complice l’aria frizzante della montagna (ops!) e il profumo del minestrone (senza sentori appena accennati) capita spesso che ci si imbatta in lunghe disquisizioni sui massimi sistemi.

L’amore per un paesaggio così meraviglioso e così fragile mette spesso in discussione il nostro rapporto con il progresso, con l’etica e con la sostenibilità e quando, verso la fine della serata, esce lo Yeti che c’è in noi, io non devo fare altro che mettere sulla carta le sue perle di saggezza e le sue riflessioni illuminanti.

In base alla sua esperienza come direttore artistico del Voci dei Boschi Film Festival, quali sono gli errori più frequenti nella comunicazione del mondo rurale e della montagna? Quali storie ritiene ancora poco raccontate oggi?

In questi sei anni di direzione ho avuto il piacere di visionare oltre mille cortometraggi, documentari e film provenienti da molti paesi del mondo. Il tema rurale si sovrappone spesso con quello della montagna e dell’ambiente in generale. È un tema molto sentito, drammaticamente urgente. Il patrimonio culturale dei contadini e dei montanari si sta perdendo inesorabilmente e con esso tutto il sapere che nel corso dei secoli ha permesso agli umani di vivere un rapporto simbiotico e funzionale con la natura.
La nostalgia dei tempi passati e gli ultimi superstiti di un’epoca perduta sono la cifra nostalgica della maggior parte delle opere pervenute al festival e ogni anno, a conclusione della rassegna, ci sforziamo con gli autori presenti a immaginare come possiamo raccontare questo mondo in maniera più efficace.

Il problema principale che persiste tenacemente è, come dicevamo prima, quello degli stereotipi e dei luoghi comuni. La narrazione dei mass media è univoca, banale e incapace di andare oltre la superficie delle cose. Il compito di noi autori è invece quello di affondare le mani nella terra e raccontare le storie dall’interno, con passione, senza pregiudizi e con le antenne ben dritte. Ci sono storie di rivincite, passioni, amori, solidarietà e magia che devono essere raccontate con più coraggio.
Quest’anno ricorrono i vent’anni dalla realizzazione de “Il Vento Fa Il Suo Giro” di Giorgio Diritti e recentemente abbiamo visto “As Bestas” di Sorogoyen entrambi ottimi esempi di cinema con una grande forza espressiva.

Nel mio piccolo, sogno di vedere al festival un film che racconti di quella volta che Heidi venne arrestata per aver organizzato un rave party illegale nei pascoli del nonno. Quanto ci farebbe riflettere sull’importanza di cercare alternative culturali per i giovani che vivono la montagna, sull’importanza di trovare un equilibrio tra libertà personali e tutela dell’ambiente e sulla gestione sostenibile del delicato ecosistema alpino?

Quindi, più che storie ancora poco raccontate io metterei l’accento sul modo di raccontarle: usare la fantasia, l’immaginazione e l’umorismo per sorprendere lo spettatore.

Come potrebbero le stazioni sciistiche sviluppare una narrazione più autentica e più sostenibile?

Credo che la strada intrapresa da I Love Ski sia quella giusta. La condivido in pieno. Le stazioni sciistiche non possono essere raccontate come fossero dei luna park, bensì come luoghi che regalano esperienze ed emozioni indimenticabili. Penso soprattutto all’accoglienza e alla socializzazione. Io ho imparato a sciare a Macugnaga, la “Perla del Monterosa”, non ricordo i nomi delle piste, ma ricordo l’addetto agli impianti di risalita, sig. Ernesto che soffriva di sciatica e quindi non poteva aiutarci a scendere dalla seggiovia (era vero?), a Maura che gestiva un bar rifugio pieno di fumetti, alle maestre di sci con le trecce, al pane nero, alle nuove amicizie e alla cioccolata calda.
Persone autentiche e “sostenibili”. Frequentare i montanari ci faceva sentire montanari, scrutavamo la parete Est del Monte Rosa come guide alpine, mangiavamo la neve come eschimesi, parlavamo del meteo come alpinisti e anche i nostri genitori ci sembravano forti e belli come esploratori polari. Non mi sembra poco.

Come immagina l’integrazione di “Sembra Yeti” nel settore del turismo di montagna o dell’industria della neve?

Sembra Yeti è un’anima candida e innocente, senza sovrastrutture se non l’amore incondizionato per l’ambiente naturale. È un testimonial perfetto, non deve rendere conto a nessuno, non vuole compiacere nessuno. Appartiene alla montagna. Spero che la sua filosofia semplice e la sua visione originale e giocosa del mondo lo rendano così credibile da diventare un ponte emotivo capace di trasformare un’informazione in una magica esperienza da vivere. Una narrazione visiva leggera, con un approccio familiare, pop, che ci può suggerire percorsi inediti e accompagnare alla scoperta di giochi e di desideri tutt’altro che abominevoli.

In un contesto segnato dall’intelligenza artificiale quale valore distintivo attribuisce alla creatività umana?

Sebbene lo Yeti abbia qualche dubbio sul valore distintivo della creatività umana, io penso che il nostro cervello nutrito con cura e con materie prime di qualità sia insuperabile. Come è noto esso è diviso in due emisferi, quello sinistro, deputato alla razionalità e alla capacità analitica, e qui l’intelligenza artificiale ci dà del filo da torcere, e l’emisfero destro, irrazionale, intuitivo e creativo che è un’esclusiva animale. L’intelligenza artificiale non può elaborare emozioni: non è sincera, non è empatica, non è autentica e non ha il senso dell’umorismo.
Mi sento quindi in dovere di consigliare a tutti di trattare bene la propria mente perchè è unica e irripetibile: lunghe passeggiate in montagna, un libro ogni tanto, un po’ di musica, un amico che non parla troppo e, ogni volta che possiamo, lasciamo uscire il benedetto Yeti che c’è in noi!