A seguito del suo intervento alla fiera Mountain Planet 2026, Laurent Vanat ha concesso un’intervista esclusiva a I Love Ski per svelare le conclusioni del suo 18° Rapporto internazionale sul turismo invernale e di montagna. Contro ogni aspettativa e in netto contrasto con i discorsi pessimistici, la stagione 2024-2025 si preannuncia come un anno storico per l’industria sciistica mondiale.

Un record storico: 399 milioni di giornate sciistiche

Mentre molti osservatori prevedevano un inevitabile declino del settore dopo la crisi sanitaria, i dati grezzi di questa 18ª edizione del rapporto smentiscono tale analisi. Il documento, che riguarda la stagione 2024-2025 (un lasso di tempo necessario per consolidare i dati globali, in particolare quelli dell’emisfero sud), rivela che il settore gode di ottima salute.

«La notizia clou del rapporto 2026 (…) è che si tratta della migliore stagione del primo quarto di secolo», afferma Laurent Vanat. Con un totale di 399 milioni di giornate sciistiche, il settore non ha mai registrato risultati così positivi dal 2000. Questo risultato non è un fenomeno isolato: «Molti detrattori ritengono che lo sci sia in declino. Ebbene no (…) gli ultimi anni sono migliori di quelli precedenti al COVID».

Stabilità strutturale e «nemici» inaspettati

La vitalità del settore si misura anche dalla sua stabilità geografica. Il «club» delle nazioni sciistiche analizzate rimane invariato, con 68 paesi che offrono comprensori sciistici. Se l’Arabia Saudita bussa alla porta, due paesi non hanno potuto operare in questa stagione per ragioni significative: Israele e il Sudafrica. Laurent Vanat sottolinea qui un punto cruciale: non è stato il clima a fermare gli impianti di risalita in queste regioni, ma fattori economici e geopolitici. Per l’esperto, la constatazione è chiara: «L’industria dello sci ha nemici più temibili del cambiamento climatico», poiché la geopolitica può causare danni ben più immediati.

L’ottimizzazione tecnica piuttosto che il declino

Il rapporto fornisce inoltre un’importante precisazione sul parco impianti di risalita mondiale. Se il numero totale di impianti sembra stagnare o diminuire, non bisogna interpretarlo come il segno di un settore in declino, ma piuttosto come una razionale ottimizzazione. Nelle grandi località sciistiche, in particolare in Francia, la tendenza è quella di sostituire diversi vecchi impianti con un unico impianto, molto più efficiente. In realtà, se il numero di unità diminuisce, la capacità di trasporto complessiva, invece, aumenta.

Chi sono questi sciatori da record?

Laurent Vanat precisa la natura di questa crescita. Se il numero di sciatori nel mondo tende ad aumentare, si tratta di una crescita definita «estensiva», trainata principalmente dalla Cina, dove i nuovi appassionati praticano ancora poco questo sport. Il vero motore di questo record di 399 milioni risiede nella fedeltà: «Non è l’aumento del numero di sciatori in sé a determinare realmente un aumento del numero di giornate sciistiche. Sono piuttosto gli sciatori attuali, coloro che sciano di più o anche persone che non sciavano più e sono tornate a farlo». È proprio questa ripresa della pratica da parte degli sciatori abituali, iniziata subito dopo il COVID, che oggi sta portando il settore verso vette storiche.

Quando il sole ha la meglio sullo spessore del manto nevoso

Uno degli insegnamenti più sorprendenti di questa 18ª edizione riguarda la resilienza degli sciatori di fronte alle condizioni climatiche. Per la prima volta in modo così evidente, il rapporto rileva una discrepanza tra la quantità di neve caduta e il numero di visitatori. «Una tendenza significativa nella stagione 24-25 è la disgiunzione tra lo spessore del manto nevoso e l’affluenza», analizza Laurent Vanat.

Il «seme del sole» come motore di affluenza

Sembra che, purché sia garantito un minimo di neve, gli sciatori preferiscano ormai il sole all’abbondanza di neve fresca. L’esperto sottolinea un interessante paradosso climatico: «Il riscaldamento globale ci porta forse un po’ meno neve, ma ci porta anche più sole. E, in definitiva, un po’ di sole, purché ci sia un po’ di neve, favorisce l’affluenza». Questa osservazione mette in discussione il dogma secondo cui la mancanza di neve segnerebbe la fine dello sci. In realtà, un clima troppo «generoso» in termini di precipitazioni può rivelarsi controproducente: se i Pirenei francesi hanno registrato record (come a Saint-Lary), in alcune località il bel tempo non si è fatto vedere. «L’equazione diventa subito meno favorevole» non appena il sole scompare, precisa.

Stabilità dell’innevamento nel lungo periodo

Laurent Vanat approfitta di questo rapporto per contestualizzare i dati relativi all’innevamento globale, basandosi su rilevamenti che coprono un arco temporale di oltre 30 anni. Negli Stati Uniti, le misurazioni sistematiche dimostrano che la media dell’innevamento rimane stabile, nonostante le variazioni annuali. In Svizzera, l’analisi di dieci punti di misurazione a 1.700 metri di altitudine è altrettanto rivelatrice: «Si vede che non c’è nemmeno una forte tendenza al ribasso del livello medio di innevamento».

Al contrario, i dati statistici relativi a tre decenni indicherebbero addirittura un aumento minimo, sebbene non significativo per i puristi. Questa analisi retrospettiva permette all’esperto di concludere che, sebbene la stagionalità possa essere capricciosa, l’idea di un declino lineare e inesorabile della neve non trova conferma nei dati attuali. Per le stazioni sciistiche, la sfida non è quindi solo quella di avere la neve, ma di saper sfruttare al meglio questi periodi di bel tempo che attirano gli sciatori.

La fine della «piccola famiglia globalizzata»: l’impatto della geopolitica

Sebbene il clima sia spesso al centro dell’attenzione dei media, Laurent Vanat individua un pericolo più immediato: la frammentazione geopolitica del settore. Per molto tempo, l’industria dello sci è stata l’esempio perfetto di un mercato globalizzato in cui il know-how europeo alimentava il resto del mondo. «Questo mercato dello sci, che era una piccola famiglia globalizzata (…) in 5-6 anni, sta diventando piuttosto una costellazione di sistemi del tutto indipendenti», si rammarica l’esperto. Diversi fattori principali accelerano questo ripiegamento su se stessi:

L’autarchia tecnologica: i casi della Cina e della Russia

Il cambiamento è iniziato con la crisi sanitaria, ma ha subito un’accelerazione per scelta politica o per necessità.

  • Cina: Dopo aver importato in massa il know-how occidentale, il Paese ha approfittato della pandemia di COVID per tagliare il cordone ombelicale. Ha «abbandonato i propri consulenti esterni e le partnership con le aziende europee per raggiungere la maturità da sola». Ora la Cina sta sviluppando la propria produzione di impianti di risalita e attrezzatura da sci.

  • La Russia: Colpita dalle sanzioni legate alla guerra in Ucraina, la Russia è stata bruscamente tagliata fuori dai fornitori europei. Di conseguenza, oggi produce autonomamente le proprie attrezzature. Paradossalmente, questo ripiegamento va a vantaggio delle sue stazioni sciistiche nazionali, che vedono aumentare vertiginosamente le presenze, dato che gli sciatori russi non possono più recarsi nelle Alpi. Vanat avverte inoltre: «Un giorno potremmo forse ritrovarci con impianti di risalita russi» che andranno a fare concorrenza ai leader storici.

Protezionismo e industria a «due velocità»: la svolta americana

Per Laurent Vanat, sebbene l’industria dello sci sia stata a lungo il modello di un mercato globalizzato in cui il know-how europeo veniva esportato senza confini, quell’era sta volgendo al termine. Sotto la spinta dei dazi doganali e del protezionismo rafforzato negli Stati Uniti, i processi di produzione devono essere completamente ripensati. In precedenza, i giganti europei degli impianti di risalita utilizzavano le loro filiali americane esclusivamente per produrre componenti secondari come i piloni.

Ormai, l’obbligo di produrre localmente la maggior parte delle infrastrutture fa temere l’emergere di un mercato diviso in due. Laurent Vanat avverte: «Rischiamo di ritrovarci con un sistema a due velocità», con gli impianti statunitensi che potrebbero tornare a una «tecnologia meno sofisticata rispetto a quella europea», privilegiando sistemi più rudimentali e tipicamente americani a scapito delle ultime sofisticate innovazioni del Vecchio Continente. Questo regresso tecnologico e industriale rischia, a lungo termine, di ripercuotersi sul portafoglio degli appassionati d’oltreoceano, poiché questi impianti semplificati potrebbero paradossalmente «costare di più agli sciatori americani».

La «tutela del territorio» 

Questa frammentazione non si limita alle fabbriche; si insinua nel cuore stesso dei villaggi alpini sotto forma di resistenza alle acquisizioni straniere. Laurent Vanat osserva una tendenza crescente alla «tutela territoriale», in cui le comunità locali cercano di mantenere il controllo sui propri mezzi di produzione. L’esempio più eclatante è quello del comune di Laax, in Svizzera, che ha riacquistato le proprie infrastrutture di impianti di risalita per garantirsi l’indipendenza e «evitare che coloni americani venissero a stabilirsi».

Nemici «più cattivi» del clima

A conclusione di questa analisi geopolitica, Laurent Vanat formula una constatazione tagliente:

«L’industria dello sci ha nemici più pericolosi del cambiamento climatico».

Se il riscaldamento globale è una preoccupazione a lungo termine, le tensioni economiche e i conflitti armati hanno un impatto molto più brutale e immediato.

A riprova di ciò, in questa stagione non sono state le condizioni nivologiche a impedire la pratica dello sci in Israele o in Sudafrica, bensì il contesto geopolitico e l’instabilità economica. Questi fattori possono causare «maggiori danni nel breve termine» rispetto all’andamento del manto nevoso, ricordando che la stabilità mondiale è, tanto quanto il freddo, una condizione essenziale per la sopravvivenza dell’economia montana.

Dinamiche regionali: le Alpi in buona salute, l’Est in agguato

L’analisi geografica del rapporto 2026 mette in luce notevoli disparità dietro i record mondiali. Sebbene le Alpi rimangano il pilastro del mercato, la loro egemonia è messa in discussione da profondi cambiamenti in Asia e nell’Europa orientale.

Un blocco alpino a due velocità

I principali mercati dell’arco alpino godono di ottima salute, superando per lo più le medie pre-COVID. «Negli ultimi tre anni l’Italia ha registrato le migliori stagioni che io abbia mai visto in base ai dati disponibili», sottolinea Laurent Vanat. Anche la Svizzera e la Francia registrano un «buon vantaggio» rispetto ai loro livelli storici. Al contrario, l’Austria rimane l’unico grande attore in ritardo, non avendo ancora recuperato completamente le presenze pre-pandemia. Ancora più preoccupante è il deficit cronico della Germania: il problema della bassa quota si pone in questo paese in modo «più evidente che in altri paesi», rendendo la gestione delle sue piccole stazioni sciistiche fortemente dipendente da un innevamento naturale sempre più aleatorio.

Ucraina e Cina: una crescita contro ogni previsione

A est, il rapporto individua progetti di portata senza precedenti. Nonostante il contesto di conflitto, l’Ucraina sorprende per il suo dinamismo: «A quanto pare l’economia di guerra funziona bene», sorride l’esperto. Un nuovo grande complesso, Goro Mountain, è attualmente in costruzione nella parte occidentale del Paese per competere con Bukovel, l’unica località sciistica del Paese che fino ad allora rispondeva agli standard internazionali.

In Cina, la crescita assume una forma unica al mondo con il boom delle ski-dome (stazioni sciistiche al coperto). Mentre altrove questo modello rimane marginale, ora rappresenta il 20% delle presenze sciistiche nazionali cinesi. Con la recente apertura di strutture gigantesche a Shanghai e Shenzhen, la Cina si afferma come leader indiscusso di questa pratica urbana. All’aperto, è la regione dello Xinjiang a guidare ora lo sviluppo delle stazioni sciistiche tradizionali.

Il grande cambiamento dei flussi: rotta verso est

Il rapporto mette in luce un cambiamento storico nei flussi turistici a lunga distanza. Dopo essere stati a lungo orientati verso il Nord America, i grandi appassionati di sci stanno cambiando rotta. «I flussi a lunga distanza si stanno dirigendo verso est, ovvero sono gli americani che vengono a sciare in Europa, gli europei che vanno a sciare in Asia, in Giappone, e poi i cinesi che vanno in Giappone», spiega Laurent Vanat.

Il paradosso giapponese e il caso di Niseko

Il Giappone è il principale beneficiario di questa tendenza. Gli australiani, che un tempo preferivano gli Stati Uniti, ora scelgono in massa le località giapponesi. Questo fenomeno di concentrazione internazionale è tale da trasformare radicalmente l’identità di alcuni comprensori. A Niseko, la percentuale di sciatori internazionali è così elevata che l’esperienza locale passa in secondo piano: « Anche il personale degli impianti di risalita èinternazionale », al punto che non si incontrano quasi più giapponesi. Questo caso emblematico si riscontra anche, sebbene in modo meno generalizzato, in alcune località della Hakuba Valley.

Station de ski Niseko - Japon
Stazione sciistica di Niseko – Giappone

L’Europa, terra di accoglienza per gli americani

Da parte loro, gli sciatori americani attraversano sempre più spesso l’Atlantico. Questo flusso è favorito da due fattori: le tariffe europee, diventate più competitive rispetto a quelle delle grandi località americane, e l’accettazione dei mega-pass (Epic Pass, Icon Pass e Indy Pass) in alcune località alpine. Laurent Vanat precisa tuttavia che questa crescita degli sciatori americani in Svizzera è «generalizzata», interessando anche le stazioni che non fanno parte di questi accordi di skipass internazionali.

Il «modello ideale»: l’impossibile standardizzazione

Di fronte a queste sfide, abbiamo chiesto a Laurent Vanat di esprimere la sua opinione: esiste un modello di stazione sciistica ideale, una ricetta per il successo applicabile a piacere? La sua risposta è inequivocabile: l’industria dello sci sfugge alle leggi della standardizzazione industriale.

«Ho sempre ammirato McDonald’s, la loro capacità di arrivare in qualsiasi parte del mondo e offrirti i loro prodotti secondo i loro standard (…) Nel settore sciistico cerco sempre qualcuno in grado di fare lo stesso, ma non c’è», confida. Per lui, ogni stazione sciistica è una convergenza unica di fattori politici, ambientali e geografici che impediscono la creazione di una «formula» replicabile.

Spinto a fornire dei riferimenti, l’esperto presenta un’analisi contrastante:

  • Zermatt (Svizzera): «Zermatt è una destinazione che vanta una montagna iconica, un comprensorio sciistico eccezionale e un villaggio fantastico, senza auto e ben collegato alla rete ferroviaria». Secondo lui, è la località che permette di «spuntare» il maggior numero di requisiti di successo.
  • Chamonix (Francia): Sebbene sia anch’esso un luogo iconico, questo comprensorio è considerato più complesso: «Il comprensorio sciistico è molto più esteso. Raggiungere Chamonix in treno è fattibile, ma relativamente complesso».

 

Questo 18° rapporto internazionale trasmette un messaggio finale sfumato ma decisamente combattivo. L’industria dello sci è ben lungi dall’essere in agonia; è in piena trasformazione. Se il record di 399 milioni di giornate sciistiche dimostra la vitalità del settore, il futuro dipenderà dalla capacità delle stazioni sciistiche di orientarsi in un mondo frammentato.

Tra record di affluenza e nuove frontiere geopolitiche, le località sciistiche devono ormai fare i conti con una realtà in cui la stabilità economica e la pace sono diventate variabili cruciali quanto il freddo. La geopolitica e l’economia possono infatti causare «maggiori danni nel breve termine» rispetto all’andamento del manto nevoso. Per gli operatori del settore montano, la sfida di domani sarà tanto climatica quanto umana.