Nel mondo dei film sullo sci, alcune produzioni vanno oltre la semplice prestazione sportiva per raccontare una vera e propria avventura umana. Into Altai appartiene a questa categoria. Il film trasporta lo spettatore in una delle regioni più isolate del pianeta: il massiccio del Tavan Bogd, situato nell’Altai mongolo, un territorio di confine tra Mongolia, Cina e Russia.
Realizzato da Yannick Boissenot, il progetto segue una spedizione guidata dagli sciatori Camille Armand, Pierre Hourticq e Victor Daviet, accompagnati dal fotografo Søren Rickards. Insieme, partono alla scoperta di queste montagne ancora poco frequentate dagli appassionati di sci d’avventura. Fin dalle prime immagini, il tono è chiaro: Into Altai non è un semplice film di freeride. È un racconto di esplorazione, in cui la montagna e il viaggio occupano un posto centrale.
Il Tavan Bogd, un territorio ancora incontaminato
Lo scenario della spedizione è uno dei massicci più spettacolari dell’Asia centrale. Il Tavan Bogd, il cui nome significa “le cinque montagne sacre”, forma un insieme di cime ghiacciate che dominano un paesaggio di ghiacciai, valli d’alta quota e altipiani spazzati dal vento. Situato all’estremo ovest della Mongolia, nella provincia di Bayan-Ölgii, questo massiccio segna anche l’incontro geografico di tre paesi: Mongolia, Russia e Cina.
Il punto più alto del massiccio è il Khüiten Uul, che raggiunge circa 4.374 metri di altitudine, rendendolo la vetta più alta della Mongolia. Intorno ad essa si trovano altre quattro cime importanti (Nairamdal, Malchin, Bürged e Ölgii) che compongono l’insieme dei “cinque santi” da cui deriva il nome del massiccio. Il Tavan Bogd appartiene alla grande catena dell’Altai, un sistema montuoso che si estende per circa 900 chilometri attraverso l’Asia centrale e costituisce uno dei principali serbatoi idrici della regione. I ghiacciai occupano un posto essenziale, in particolare il ghiacciaio Potanin, il più lungo della Mongolia con circa 19 chilometri.
Per due settimane, il team installa il proprio campo base in una yurta tradizionale, nel cuore di questo ambiente selvaggio. Il campo diventa il punto di partenza delle esplorazioni quotidiane verso le pendici del massiccio, in una regione dove la presenza umana è ancora estremamente limitata.
L’isolamento è totale. Le distanze sono immense, le condizioni meteorologiche mutevoli e ogni uscita richiede un costante adattamento. In questo contesto, lo sci diventa un mezzo di esplorazione piuttosto che un fine sportivo.
Una spedizione tra sci, fotografia e cinema
Una delle caratteristiche originali di Into Altai è l’importanza attribuita alle immagini. Il fotografo Søren Rickards e il regista Yannick Boissenot accompagnano la squadra durante tutta la spedizione per documentare il viaggio.
Le immagini catturate, in particolare con macchine fotografiche analogiche, conferiscono al film un’estetica particolare. Le texture della neve, i rilievi glaciali e la luce fredda delle montagne mongole appaiono con un’intensità rara.
Questo approccio visivo trasforma la spedizione sportiva in un vero e proprio progetto artistico, in cui la fotografia e il cinema diventano mezzi per restituire l’immensità e la solitudine di questi paesaggi.

L’esperienza del viaggio al centro della narrazione
A differenza di molti film sullo sci incentrati sulle prestazioni, Into Altai attribuisce grande importanza all’esperienza del viaggio. I lunghi avvicinamenti, i momenti di silenzio di fronte ai ghiacciai e la vita quotidiana intorno al campo costituiscono la vera trama narrativa.
Giorno dopo giorno, l’avventura prende forma attraverso imprevisti, deviazioni e scoperte. Il film mostra come l’esplorazione di un territorio isolato richieda pazienza, capacità di adattamento e capacità di accettare l’incertezza.
Questa dimensione contemplativa conferisce al film un ritmo particolare, quasi meditativo, che contrasta con l’estetica spesso spettacolare del cinema di freeride.
La Mongolia, nuova destinazione per lo sci alpinismo
Da circa dieci anni, una parte della scena del freeride e dello sci alpinismo cerca di allontanarsi dai comprensori già ampiamente documentati per andare alla scoperta di territori ancora poco esplorati. I film sulle spedizioni testimoniano questo movimento: gli sciatori non si accontentano più di seguire piste spettacolari, ma sono ora interessati a regioni isolate dove lo sci torna ad essere un vero e proprio mezzo di trasporto.
In questo contesto, le montagne della Mongolia occidentale, e in particolare il massiccio dell’Altai, appaiono come una delle nuove frontiere di questo sci d’avventura. I rilievi sono immensi, i ghiacciai numerosi e le valli d’alta quota quasi disabitate. La regione combina condizioni alpine autentiche (neve fredda, lunghi pendii vergini, grandi altipiani spazzati dal vento) con un afflusso turistico estremamente ridotto. In alcune zone non esistono impianti di risalita né infrastrutture montane: ogni vetta va conquistata dopo lunghi avvicinamenti con gli sci, a volte a cavallo o con veicoli fuoristrada.
Questa geografia unica attira oggi una nuova generazione di esploratori della neve, desiderosi di riconnettersi con lo spirito delle grandi spedizioni alpine del XX secolo. Per questi sciatori, l’obiettivo non è solo la ricerca di piste perfette, ma l’esperienza complessiva del viaggio: attraversare paesaggi immensi, muoversi in territori dove la presenza umana è rara e scoprire culture montane ancora profondamente legate alle tradizioni nomadi.
Quando la montagna diventa il vero protagonista del film
Alla fine della spedizione, le immagini riportate dal team testimoniano un’avventura che va ben oltre la dimensione sportiva. I momenti condivisi nell’immensità del massiccio, i paesaggi attraversati e i momenti sospesi di fronte alle montagne rimangono impressi nella mente. Il film ricorda così che, in una spedizione in montagna, il vero obiettivo risiede spesso nel percorso compiuto e nell’esperienza vissuta.
Con Into Altai, lo sci ritrova la sua vocazione originaria: quella di strumento di esplorazione che permette di percorrere grandi spazi e raccontare storie in cui la montagna rimane il personaggio centrale.

































